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Storia della diversità culturale in Europa

L'Europa occidentale ha conquistato, suo malgrado, e al prezzo di una prolungata esperienza di guerra civile, la possibilità (o forse la necessità) di convivere, al proprio interno, entro i propri confini, con la diversità culturale
Per un millennio l'Europa occidentale aveva conosciuto l'unità religiosa cattolica e coltivato il mito dell'unità politica imperiale. Gli altri, soprattutto gli arabi, i musulmani, gli infedeli erano espulsi dal popolo di Dio. Con loro si poteva commerciare e basta, non certo convivere nello stesso spazio. Perfino i cristiani orientali erano estromessi da qualunque forma di fratellanza. In questo senso la Riforma protestante e le successive guerre di religione costituiscono una specie di "trauma fondatore". Fra il Cinquecento e il Seicento la cristianità occidentale è stata costretta, dopo decenni di massacri, a imparare a convivere con una realtà nuova dotata di innumerevoli zone grigie in cui protestanti e cattolici si mischiavano costretti a discutere, ad entrare nel merito delle reciproche posizioni e quindi a doversi tollerare. Il risultato filosoficamente più rilevante però è stato l'elaborazione settecentesca del concetto di "tolleranza" inteso non come sopportazione del diverso, ma come assunzione della tutela delle opinioni altrui e del comune sottoporsi all'unico criterio valutativo accettato perché "naturale": quello dell'uso della ragione, cioè il giudizio razionale per eccellenza. 


Alla base di questa capacità europea di convivere al proprio interno col diverso, ma anche come risultato di tale particolare "allenamento" alla pluralità, sta una spiccata attitudine a conoscere, sviscerare e governare la cultura dell'altro. La differenza fra l'esperienza coloniale (da questo punto di vista premoderna) degli spagnoli in America, per nulla o quasi interessati a conoscere e a capire e invece indotti a distruggere e a sradicare le culture indigene, e quella dell'impero britannico in India, di due o tre secoli posteriore, è significativa di questa acquisita capacità di comprendere e governare le diversità. 
Gli inglesi (certamente confrontati con una cultura di ben altra profondità spirituale e ricchezza materiale di quelle precolombiane in America) hanno saputo fare qualcosa di profondamente innovativo e straordinariamente efficace: integrare il colonizzato nel proprio sistema culturale e giuridico trasformandolo in una risorsa culturale per la formazione della propria classe dirigente. 
Per quanto riguarda l'estremo Oriente, l'impatto che la Cina ha avuto con l'Europa nei secoli passati è stato piuttosto negativo in quanto, da parte della Cina ma anche del Giappone, vi è stata come una sorta di incapacità a comprendere le ragioni, il punto di vista, i punti di forza, le strategie distruttive o costruttive dell'avversario. Al contrario, solo quando l'equilibrio della comprensione dell'altro si è ristabilito, quando i cinesi e i giapponesi hanno saputo capire, imitare, prevedere gli europei altrettanto o forse anche meglio di quanto poteva capitare inversamente, si è verificata la prima grande vittoria di una civiltà extraeuropea dopo tre secoli di sconfitte, a cominciare dagli ultimi sfondamenti dei turchi nel Mediterraneo e nei Balcani. Si è entrati così oggi in una fase di superamento della modernità e di costruzione di un mondo contemporaneo i cui equilibri di dominio sono tutti da rinegoziare.

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