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La fantapolitica del post-elezioni

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Alla fine è prevalso il capolavoro politico della coalizione di centrodestra nel “mettere assieme” il populismo montante determinato dall’atteggiamento semplicistico e ottimistico del governo di centrosinistra sulle politiche di controllo dell’immigrazione e la convivenza tra etnie e culture diverse; un “revival” del 1994 quando un giovane Umberto Bossi se la prese con l’immigrazione dal Sud Italia, così come ha fatto oggi Salvini con i flussi dall’Africa, e denunciò una serie di colpe da parte dell’esecutivo in merito a investimenti e riconversioni di cui nella sostanza nulla era successo. 


Diverso è stato il motivo del travolgente successo elettorale da parte del Movimento 5 Stelle (M5S) ovvero nessun patto con chi sostiene notabili, figli d’arte, compaesani compiacenti e clienti di ogni provenienza fautori di quella logica di piccola setta modellata sul volere di un’oligarchia di capi di partito che fa sì paura ma alla fine genera soprattutto risentimento che, come un boomerang, si ritorce a suon di voti contro quel distorto sistema. 
Perciò il disegno strategico della coalizione di centrodestra quanto quello del Movimento di Beppe Grillo è stato simile ma puntando obiettivi diversi, quello della paura legata a situazioni di immigrazione da parte dei primi e quello della rabbia, da sempre una delle più facili scorciatoie per abbattere definitivamente tutti i privilegi, da parte dei secondi. 
La coalizione di centrosinistra infine, da tempo ha “finito la benzina”, non solo politicamente nell’incapacità di cogliere l’umore della società e di dare ad essa risposte adeguate, ma soprattutto in deficit verso il “sindacato del territorio” che ha come termometro di affezione le feste di partito che mai come in questi ultimi anni sono state ai minimi storici nelle presenze. 
Ordine, sicurezza e paura di non farcela hanno “premiato” chi ha cavalcato l’idea di affidare il sistema-Paese a mani diverse da quelle solite, come a dire che la mediocrità della classe dirigente che ha governato finora ha fatto il suo tempo; tanti quindi i flop dall’urna del 4 marzo che (forse) rischieranno il seggio, dagli “scissionisti “ Bersani, D’Alema, Grasso e Boldrini ai “renziani” Orfini e Minniti per finire con Errani e Civati, a fronte dei grillini che hanno eletto gente quasi sconosciuta fautori del reddito di cittadinanza, avversi al Jobs Act, alla legge Fornero e ai vitalizi. 
In attesa che le promesse dei programmi elettorali si dissolvano come neve al sole, la creatività e la progettualità del Presidente Mattarella dovrà delineare la formazione del prossimo governo che dovrà superare il 40% dei voti per beneficiare della “disproporzionalità” della Legge elettorale, per due terzi proporzionale, più facile a dirsi che a farsi. 
Serviranno alchimie forse all’oggi inimmaginabili fatte di larghe intese, accordi M5S-Lega-Fratelli d’Italia oppure il Pd (no Renzi) con M5S e LiberiUguali, semmai un Gentiloni-bis con l’ok di Berlusconi nell’attesa di nuovo voto semmai a settembre, infine il Governo del Presidente dove Mattarella potrebbe dare il via ad un governo tecnico di unità nazionale non “parlamentare”. 
È fantapolitica ma questo è il frutto del sistema “tripolare” scaturito dall’urna del 4 marzo, una situazione d’incertezza foriera di eventi inattesi che non danno possibilità di muoversi secondo una strategia definita. 

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