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Ora della Terra 2018: sviluppo sostenibile cercasi

Sabato 24 marzo sarà l’Ora della Terra, la ricorrenza annuale per non dimenticare che la salute del pianeta è (sempre) nelle nostre mani. Alle grida “al lupo al lupo” oramai nessuno più ci crede anche se l’effetto serra è in gran parte provocato dall’uomo, i Paesi industrializzati si sono assuefatti alle grida lanciate dagli allarmisti del clima ed i governi solo a parole si sono impegnati per politiche ambientali decenti che possano portare ad una riduzione drastica delle emissioni di anidride carbonica (CO2), addebitando alla colpa dei conti economici che ciò comporterebbe. 


I Paesi del Terzo mondo non hanno la capacità finanziaria e culturale per affrontare il problema del taglio delle emissioni di CO2 mentre quelli del Primo mondo (Usa, Cina, India, ecc.) hanno assunto nei decenni, malgrado gli sviluppi nel campo della biotecnologia e delle modificazioni genetiche, una capacità di “adattamento” soporifera tale da bypassare grottescamente il problema del riscaldamento del pianeta, non danno cioè l’esempio al mondo “passando” a fonti energetiche a emissioni zero. 
Secondo alcune delle sigle ambientaliste più note, la globalizzazione così com’è prevede recrudescenza del riscaldamento globale ed i tempi sono più che maturi per imporre barriere, anche commerciali, contro quei Paesi che non sono pronti ad accettare tagli obbligatori alle loro emissioni anche se ciò dovesse arrecare danni alle economie. Qualcosa di buono però all’orizzonte sembra evolversi, Unilever ad esempio - il colosso multinazionale dell’alimentazione e dei prodotti per l’igiene - sta contrastando la distruzione delle foreste pluviali con la produzione di olio di palma “sostenibile”, una vittoria per gli ambientalisti di Greenpeace allargata ad altri gruppi “consumatori” di questo olio, ossia Nestlé, Procter & Gamble e l’italiana Ferrero. 
Ogni anno nella giornata dell’Ora della Terra vengono ricordate tante delle devastazioni che squilibrano interi ecosistemi ed inducono il cambiamento climatico sulla Terra, danni che abbracciano conseguentemente catastrofi umanitarie e non solo ambientali. 
Come ad esempio sta succedendo in Indonesia balzata nella top ten per emissioni di gas serra per le conseguenze di una deforestazione selvaggia dovuta al boom dei biocombustibili che ha fatto quasi estinguere animali come gli oranghi e le tigri di Sumatra o come in Brasile che ogni volta che i prezzi delle commodities agricole rialzano la testa (caffè, canna da zucchero, mais, soia, arance, carni bovine, pollame ecc.) a farne le spese è un pezzo di Amazzonia che dagli anni '70 si è ridotta di un quinto, perché nel bacino amazzonico tagliare gli alberi è più facile che recuperare vecchie coltivazioni. 
Sono pochi gli appoggi politici (e mal finanziati) per coloro che contribuiscono a denunciare ciò che non si sta facendo contro la deforestazione selvaggia, le sanzioni sono quasi mai comminate e addirittura ci sono amministrazioni locali “colluse”. 
Come successe anni fa in Mato Grosso, uno dei maggiori Stati agricoli del Brasile, dove l’allora Governatore era anche un grosso imprenditore del comparto della produzione di soia e rilasciò a metà degli anni ‘80 un’intervista al New York Times dove non fece mistero delle sue opinioni: “L’aumento della deforestazione per me non significa proprio nulla. Non provo il minimo senso di colpa per ciò che stiamo facendo in Brasile”, aggiungendo e rincarando la dose pochi anni dopo: “Con l’attuale crisi alimentare è inevitabile porsi il problema se dobbiamo difendere l’ambiente o aumentare la produzione di cibo. L’unico modo per aumentare la produzione di cibo è espandere le coltivazioni, abbattendo altri alberi”. 

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