Il terzo settore fra Stato e mercato - Prima Pagina on line

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L’attività di volontariato, fine nobile di spendere un po’ del proprio tempo alla cura dei problemi sociali, è alla portata di tutti e aiuta a ricostruire la relazione tra l’individuo e la comunità. 
La vasta politica di riforme propagandata dai governi di centrodestra e da quelli di centrosinistra non ha finora tenuto nella giusta considerazione le potenzialità del “terzo settore” nell’affrontare i guai dei cittadini, non è cosa da poco soprattutto in un Paese come il nostro dallo scarso senso civico e dalle poche possibilità occupazionali; siamo i primi nell’affrontare le emergenze nazionali (terremoti, inondazioni, ecc.) e gli ultimi a rispettare (e far rispettare) il banale quotidiano del codice della strada continuando ad usare i cellulari alla guida. 



Il terzo settore è formato da enti produttivi di beni e servizi verso bisogni essenziali quali la sanità o l’istruzione, anche verso categorie deboli (coop. sociali, volontariato, onlus, fondazioni, banche etiche, associazioni di famiglie, ecc.), che in questi anni di crisi del Welfare sono nati in antitesi a quelli offerti da Stato e “mercato”, perché sono senza fini di lucro e sposano in primis la causa etica e non profit tipica del coinvolgimento personale e del volontariato. 
Mi vengono in mente gli infermieri usciti dalle lauree brevi d’ambito sanitario quanto le “badanti” di cui le nostre famiglie con anziani non possono più fare a meno, ma anche quegli addetti del variopinto mondo dell’ intrattenimento per bambini, Cree o Campus che dir si voglia che negli ultimi decenni sono diventati punti di riferimento per quella “falange” di genitori che lavorano full-time. 


Servizi dediti perciò alle comunità che sono diventati una bella occasione per trasformare il proprio tempo libero in momenti di accrescimento personale nella solidarietà, operando anche in modo professionale e senza fini di lucro, sia in forma individuale (i volontari) quanto collettiva (le Onlus, Coop sociali, ecc.) nei settori dell’istruzione, la sanità, l’ambiente, l’integrazione, lo sviluppo e la valorizzazione dei beni culturali, andando peraltro anche al di là degli “step” che Stato e mercato finora hanno bloccato. 
Una imprenditorialità “sociale” da cui nasceranno le idee di cui avremo più bisogno nel prossimo futuro per creare una nuova cultura capace di cambiare la mentalità generazionale che finora ha bloccato l’innovazione dei progetti “sul campo”; una nuova legge ha già “attualizzato” qualcosa in tal senso, come il servizio civile da “nazionale” a “civile universale” (aperto anche ai residenti stranieri) oppure inerente la remunerazione del capitale sociale che fa risultare le coop. sociali come imprese a tutti gli effetti, o l’aumento della soglia di detraibilità ed ancora una nuova normativa sui criteri di accesso del 5 per mille, anche se beninteso tutto ciò non basterà. 
Per diffondere “buonismo e civismo” che il terzo settore sponsorizza, occorrerà anzitutto metter mano ai disastri che fanno le lungaggini burocratiche delle amministrazioni locali, in Italia ad esempio occorrono mesi per creare un’impresa, in Francia qualche settimana, in Usa e Inghilterra (Brexit a parte) qualche giorno, ma servirà senz’altro una sterzata forte rispetto le politiche governative degli ultimi anni per creare “sicurezza”. 
Per ora nessuna luce in fondo al tunnel del nostro disastrato “Stato di diritto” che vede i delinquenti “non” assicurati alla giustizia, la mission di volontariato e solidarietà sarà (quasi) realizzabile solo azzerando questo che rimane il principale nostro principale timore della vita di tutti i giorni da parte di quelli che hanno scelto di stare dalla parte del male, l’odioso e riluttante stile di vita a cui da troppo tempo ci obbliga la malavita delle mafie e della microcriminalità. 


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