Buon compleanno, Sessantotto: 50 anni portati bene - Prima Pagina on line

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Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: quale proverbio fu più veritiero di questo. Ne sa qualcosa la mia generazione che visse il 1968 come la “tempesta perfetta” che agitò un mare di giovani in tutto il mondo, evento di cui quest’anno ricorre il cinquantenario.
Mezzo secolo di ricordi che ancora dividono chi loda e chi critica il “dire e il fare” dei contestatori di allora; condivisa e condivisibile però la tesi di ciò che senza il Sessantotto sarebbe stata la modernità nella cultura ed il costume della società di cui oggi facciamo parte, a partire dal bisogno di affermazione di tanti diritti allora negati, un beneficio storico quello della contestazione di cinquant’anni fa, nel suo complesso positivo ed antiautoritario.


Senza il Sessantotto non avremmo avuto la legge sul divorzioquella sull’aborto e più in generale nessuno dei diritti sulla famiglia. È sbagliato invece attribuire all’ideologia del movimento quella “deriva” degenerativa (minoritaria) dell’estrema sinistra che sfociò poi negli anni Settanta nella lotta armata del terrorismo, gruppi clandestini isolati socialmente che andarono nefastamente in senso opposto alle origini più nobili del movimento.
Cambiare radicalmente il mondo e la vita consentendo di prendere in mano il proprio destino: fu questo l'obiettivo politico-filosofico dei sessantottini di mezza Europa contro l’ingessata borghesia di allora sull’onda delle proteste “made in Usa” contro il conflitto in Vietnam, soprattutto in Francia a suon di occupazioni universitarie e scioperi nelle fabbriche contro il potere gollista; un “vietato vietare” che cambiò in meglio i rapporti umani anche in Italia e che alla fine degli anni Sessanta infuocò l’aria che respiravano i giovani, dal grigio delle loro tristi passioni al rosso scarlatto per poter (e voler) cambiare radicalmente la propria vita e con essa il mondo intero.
Finì tragicamente come la storia ci ricorda nei Paesi del Patto di Varsavia, in Cecoslovacchia ad esempio, dove la rivolta studentesca che chiedeva più libertà finì nel sangue in quella che fu poi battezzata la “Primavera di Praga”. Oltreoceano le cose non finirono diversamente per i leader che si unirono alle battaglie per la conquista dei più elementari diritti civili. I cosiddetti hippy, che si battevano contro l’intervento americano in Vietnam e dalle cui prime manifestazioni nacque il movimento del Sessantotto che conosciamo, sposarono la causa dei diritti civili soprattutto ai neri che predicavano la non violenza e l’uguaglianza fra i popoli che, avversata da odio razziale, vide la fine del pastore battista Martin Luther King, il cui sogno di pace (I have a dream) fu soffocato nel sangue. 
Oggi forse occorrerebbe far di nuovo una contestazione attualizzata di quella “figlia dei fiori” di cinquant'anni fa, senza lanciar sampietrini né far barricate con le bici a noleggio, ma trovando piuttosto il modo per stimolare e coinvolgere in una vera azione riformatrice tanto gli atei quanto i credenti, i bianchi come i neri e perfino capitalisti e comunisti. l
L’Italia ha necessità di “camminare”, e in fretta, grazie a istituzioni e partiti tradizionali sciolti da quei lacci e legacci che creano quei compromessi che portano solo guai, che è quanto di più lontano ci sia dallo spirito dei nostri ragazzi, adolescenti e millennials ed anche da quell’ideologia del Sessantotto di cinquant’anni fa delle loro madri e dei loro padri, esplosione di libertà esistenziale senza alcuna retorica.

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