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Scenari post-elezioni: dalla Repubblica dei cittadini alla Repubblica degli inciuci

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Coloro che hanno esultato per le tanto attese dimissioni di Renzi dalla segreteria del Pd si sbagliano di grosso se pensano veramente che questa sconfitta segni il suo tramonto definitivo. Quelle di Renzi, infatti, sono tutt’altro che dimissioni. Perché ha sì ammesso la (sonora) sconfitta; ha sì chiesto l’apertura della fase congressuale; ha sì dichiarato che il Pd starà all’opposizione; ma ha anche disseminato nel discorso frasi che a tutto fanno pensare, meno che a una sua uscita di scena. 


Innanzitutto, ha esordito con la solita litania secondo cui tutto questo, con un “sì” al referendum di un anno e mezzo fa, non sarebbe successo. Ma dimentica di ricordare che la legge elettorale porta il nome di un deputato del Pd. Prosegue dicendo che è stato un errore non aver colto le due occasioni presentatesi nel 2017 per andare a votare. Tradotto: abbiamo sbagliato a non far cadere Gentiloni. (Il Partito Democratico, senz’altro, paga anche questa parentesi). Infine, annuncia le dimissioni, specificando però che queste si concretizzeranno solo una volta terminata la fase di insediamento del Parlamento e della formazione del governo. E se non si riuscisse a formarlo, un governo? 
Già, perché i numeri fanno sì che si raddoppi la situazione che cinque anni fa vide protagonista Bersani. “Siamo primi, ma non abbiamo vinto”, disse lui. Oggi, centrodestra e Movimento 5 Stelle si trovano nella stessa identica condizione. Da un lato la prima coalizione, dall’altro il primo partito. Entrambi senza numeri. E la crisi, di fatto, è già cominciata. 
Salvini esulta e dichiara che l’unico governo possibile sarà un governo di centrodestra, sbattendo la porta in faccia ai 5 Stelle, mentre Di Maio festeggia ricordando che, chiunque avrà l’incarico, sarà obbligato a parlare con lui. E Renzi? Renzi prende tempo, dando un contentino momentaneo all’opposizione interna del partito nell’attesa che giunga la sua ora. Perché non ha detto “no alle larghe intese”, ma “no a governi estremisti”. Dunque, no a Lega e 5 Stelle. Un no che, peraltro, è reciproco. Come può allora tornare in partita? Tornando alle origini. A un nuovo patto del Nazareno. Insomma, al renzusconismo. 
Nei giorni scorsi Berlusconi ha incontrato ad Arcore Matteo Salvini: nella nota diramata da Forza Italia subito dopo l’incontro, non si legge da nessuna parte che Berlusconi ha dato il via libera al segretario della Lega come candidato premier. Inoltre, secondo quanto riportato da Lettera 43, Renzi e Berlusconi si sarebbero incontrati in gran segreto il giorno prima delle elezioni. Secondo quanto riportato dai testimoni residenti nella zona Montenapoleone, due auto blu sarebbero giunte a distanza di pochi minuti l’una dall’altra presso via De Grassi, e da entrambe, in fretta e furia nel pieno silenzio elettorale, sarebbero scesi il leader di Forza Italia e il segretario del Pd. Come mai questo incontro? Di cosa avranno mai dovuto discutere? 
Dopo un’intera campagna elettorale passata a prendersi in giro reciprocamente, a ventiquattr’ore dal voto i due leader di quelli che erano i principali schieramenti combinano l’ennesimo incontro segreto. Forse per mettersi d’accordo sullo scenario post voto, avendo ben presente che il Pd navigava in cattive acque e mai avrebbe potuto competere per la vittoria. Ma nemmeno Berlusconi, dato avanti, seppur di poco, alla Lega in tutti i sondaggi, poteva immaginare questo storico sorpasso, fermo restando che è assurdo come un condannato in via definitiva possa ancora mettere il proprio nome sul simbolo nonostante la sua incandidabilità. Ora, dunque, le cose si complicano. Perché entrambi sono arrivati secondi: Forza Italia nella coalizione, il Pd a livello nazionale. 
Cosa deve accadere, allora, perché si verifichi l’abbraccio finale tra i due leader? Fallito il tentativo Salvini - perché l’incarico dev’essere dato al vincitore nella coalizione di centrodestra: solo così sarà possibile il passo successivo - il Capo dello Stato dovrà incaricare il candidato premier di Forza Italia Antonio Tajani per una seconda possibilità. A questo punto, Tajani cercherà una nuova soluzione, differente rispetto alla linea dura e pura di Salvini (“Solo governo di centrodestra”), rivolgendosi al centrosinistra: Pd, gruppo misto e Liberi e Uguali, che si erano detti “disponibili a un governo del Presidente”, potrebbero tranquillamente dare la fiducia. I numeri resterebbero però ballerini. Si tratta di capire, allora, quanti voltagabbana ci saranno. In particolare, la corrente maroniana della Lega. E chissà che anche qualcuno nel Movimento 5 Stelle possa pensare di farci un pensierino, considerato che in gran parte sono nuovi eletti. 
Insomma, lo schema c’è ed è fattibile. Si tratta di capire se i numeri lo consentiranno. In tal caso, considerate questa fantomatica Terza Repubblica non come la Repubblica dei cittadini, ma la Repubblica degli inciuci. Inciuci cui siamo soggetti da anni, ormai. Per approfondire la materia, consiglio a tutti la lettura del mio libercolo “Democratici’s Karma. La destra nuda balla”, nel quale racconto tutte le volte in cui il centrosinistra ha di fatto resuscitato Berlusconi. È uscito prima delle elezioni. Se lo scenario che ho descritto dovesse concretizzarsi di cui a breve, non ci sarà alibi per alcuna indignazione. Non potevate non sapere. 



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