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Crisi Lehman, 10 anni dopo il “mordi e fuggi" del credito malato

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Un primo segnale avvenne all’inizio dell’estate 2007 quando esplose il crac dei mutui subprime, il “sistema” Wall Street però assorbì il default dei mutui spazzatura che magicamente furono trasformati in bond (obbligazioni) tripla A. 
Purtroppo nei decenni la storia del credito non ha insegnato nulla, concedere infatti prestiti immobiliari a soggetti a rischio di un debitore (oltretutto già insolventi) o che non danno alcuna documentazione circa i propri redditi o attività, è pura follia e nel caso specifico ha portato solo guai; allora invece (quasi) tutto era lecito pur di far quattrini. Una strategia creditizia questa che partorì una “figura” altrettanto folle per difendersi da questo rischio d’insolvenza, ossia l’industria del credito “subprime” che cartolarizzò questi debiti emettendo obbligazioni ad alto rendimento che furono acquistate da investitori anche all’estero e così il rischio passò ad altri, pur rimanendo nel sistema.

I primi nodi di questa finanza e credito “creativi” vennero al pettine verso la metà di settembre del 2008 per poi esplodere in seguito nel crac finanziario più devastante dopo quello degli anni Trenta, uno tsunami che sconvolse il cuore finanziario delle economie del mondo intero travolgendo in un effetto domino tutti gli Stati, Oriente, Africa, Unione Europea e naturalmente Wall Street. 
L’impatto sui cittadini del crac di banche d’affari del calibro di Lehman, Merrill Lynch e JP Morgan fu devastante non solo per ciò che riguardò gli asset personali in conto titoli ma anche su aspetti della loro vita e sul lavoro; le ultime sopravvissute - Morgan Stanley, Goldman Sachs - si trasformarono in gran fretta in banche commerciali, in grado cioè di raccogliere risparmio, mentre quelle inglesi e tedesche furono nazionalizzate o finirono a gambe all’aria come d’altronde quelle francesi e svizzere, mentre quelle italiane caddero nella tagliola degli speculatori. 
Tutto questo perché quelle istituzioni controllori di titoli e Borsa, come la Securities & Exchange Commission (l’equivalente della nostra Consob) non vigilarono, gli organi di controllo non controllarono ed i garanti preposti fuggirono la propria etica professionale non denunciando le anomalie di un assurdo sistema finanziario, come il “mordi e fuggi” di un credito malato non più al servizio dell’economia e delle persone, che permise alle banche d’affari di inventare i titoli “spazzatura” o “tossici”, accelerando così la fine di questo aspetto degenerativo del capitalismo e di un modello di sviluppo finanziario basato sui debiti dei mutui immobiliari e quindi rischiosissimo. 
Fu una “deregulation” tra banche e banche, tra banche e politica e tra banche e (loro) regolatori che rese instabile il sistema finanziario e lasciò briglia sciolta agli operatori consentendo ampi margini (troppo ampi) di manovra, dalla noncuranza degli aspetti rischio-rendimento alle omissioni sui vantaggi della diversificazione, da qui i più eclatanti casi di risparmio tradito a spese di risparmiatori e investitori fino a compromettere la reputazione dell’intera filiera del credito. 
Da sempre per “lavorare” in finanza e credito servono competenza, onestà e buon senso, soprattutto nel porre l’attenzione sulle omissioni da parte del proponente l’investimento (o la linea di credito) su profili di rischio e obiettivi di investimento del cliente, la raccomandazione ad esempio per un fondo comune più costoso che però preveda maggiori retrocessioni a volte non paga, e bisogna dirlo. 
Il meccanismo del “mordi e fuggi” purtroppo ancora oggi è molto in voga da parte di tanti operatori della filiera bancaria retail, una cattiva abitudine che sembra sopravvivere anche nell’era post Lehman in barba al sofisticato sistema di controlli e contrappesi di cui il sistema bancario si è finalmente dotato, una “regulation” posta a difendere non solo gli interessi dei clienti ma soprattutto orientata all’estensione dei diritti dei cittadini e la redistribuzione dei redditi. 

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