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Pablo Neruda e il canto accorato di una donna innamorata

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Il poeta cileno Pablo Neruda (1904-1973), Premio Nobel per la letteratura nel 1971, attraversa con la sua opera poetica la vicenda culturale e politica del XX secolo. La guerra civile in Spagna e la Seconda Guerra Mondiale vedono il suo instancabile impegno nell'opposizione al fascismo in Europa e in America Latina e nella lotta per la liberazione degli oppressi di tutto il mondo. Anche il Cile di Salvador Allende vede Pablo Neruda in prima linea. La sua morte alla fine di settembre del 1973, pochi giorni dopo il golpe militare del generale Augusto Pinochet, assumerà un valore altamente simbolico. 


Pablo Neruda è l'emblema di un popolo, della cultura del Cile; è il poeta degli oppressi e degli ultimi, dei rivoluzionari e degli esiliati, che ha sofferto per le libertà represse della sua terra. Pablo Neruda è stato definito il "poeta-interprete" di tutto il popolo latinoamericano e delle relative speranze di riscatto.
Neruda è il testimone sofferto della secolare vicenda storica di oppressione subita dal Sud America, ma anche il cantore commosso e attento delle anime semplici, degli eroi anonimi che hanno partecipato alla storia dell'intero continente sudamericano con le loro calde lacrime di sofferenza e di amore. 
Un testo di particolare commozione è quello tratto dal Canto VIII del "Canto Generale" che ha come titolo "La terra si chiama Juan" dove Juan è metafora di tutti gli eroi sconosciuti del pianeta che consumano le loro tragedie quotidiane nel silenzio.
"Essi - scrive Pablo Neruda - rappresentano tutti i Juan che lavorano la terra, lavorano in fabbrica, pescano nel mare le cui mani hanno arato la terra e misurato le strade... le cui ossa sono ovunque".
Uno dei tanti Juan è il marito di Margarita Naranjo che, dopo aver "dato il sangue" lavorando nella compagnia mineraria americana per l'estrazione del salnitro in Cile, la "Maria Elena", viene catturato e all'improvviso scompare. In questo testo particolarmente toccante viene messo in luce il canto accorato di una donna innamorata che non piange per il suo destino ma per il marito scomparso nelle oscure trame di un potere oppressivo: non è  la donna viva  la donna morta ma l'entità psichica di Margarita Naranjo, che persiste anche dopo la morte con il suo bagaglio di affetti imperituri.
La donna, ferita e offesa dalla cattura improvvisa ed indegna del marito, non può fare altro che abbandonarsi alla morte: il suo dolore era di chi non contava perciò si constata tutta l'impotenza umana che, la maggior parte delle volte, rende vano ogni tentativo di cambiare le cose. L'unica via che ella riesce a trovare è quella della disperazione, che la porta a negare per se stessa ogni possibilità di sopravvivenza per l'uomo tanto amato. Dietro il pianto accorato della donna per il marito, che ha lavorato tanto per la compagnia, non è difficile cogliere la denuncia del poeta dell'imperialismo americano.

Francesca Rita Rombolà

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