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Ricchezza, fantapolitica e dintorni

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Da come la si rigiri la “frittata” lo scenario vede il business dei “pochi” ridicolizzare quello dei “molti”. Cinquanta delle aziende più grandi per capitalizzazione di borsa parlano americano (Apple, Alphabet, ecc.) e cinese (Tencent Holdings, Alibaba, ecc.) con qualche eccezione: la sudcoreana Samsung, l’olandese Royal Dutch Shell e la svizzera Nestlé. 
È un indicatore, quello che determina la ricchezza (materiale), discusso e discutibile perché non considera “parametri” etici, morali e di lifestyle della vita della gente, ma legge solo i freddi numeri del prodotto fra prezzo di mercato di un’azione con il numero totale delle azioni di quella società presa in esame, ma tant’è che rimane il metodo più semplice per determinare lo “stato di salute” finanziario; il traino lo fa l’azionariato a stelle e strisce, che vale la metà degli indici internazionali mentre l’Italia vale circa il 2% di questa capitalizzazione mondiale con un proprio divario regionale “nord-sud” imbarazzante. 


Ricavi e costi “contano” sempre più nei bilanci degli Stati ed ecco il motivo per cui il debito pubblico deve per forza essere sempre sotto controllo perché se così non è, la “parte sana” del Paese non ce la farà mai a creare ricchezza per i propri cittadini; per questo ad esempio è nata l’Unione Europea che ha rinunciato ai tassi di cambio in un unico tasso di interesse e a rischi condivisi, ovvero 100 euro di debito valgono tanto a Berlino quanto a Roma. Questo almeno successe fino alla crisi Lehman dove ognuno degli Stati membri era impegnato a mettersi “in riga” per pagare i propri debiti. Tutti noi poi sappiamo cos’è successo dopo il crac mondiale del 2010 che ha cambiato lo stato delle cose anche nella UE, dove ognuno è andato per sé ed è comparso lo “spread”. 
A detta di molti è irrealizzabile allo stato attuale un’uscita dalla moneta unica come invece evocato da qualcuno, forse per scopi elettorali, per un Paese come il nostro che fatica persino a pagare gli interessi sul debito, come è (bassa) fantapolitica quella di poter onorare i debiti ai creditori internazionali per quella montagna di quattrini (2.300 miliardi di euro) che dobbiamo loro se solo il “dovuto” ai tedeschi ammonta a 443 miliardi di euro. 
È il rapporto debito/PIL che ci mette nei guai e che ci vede fanalino di coda prima della Grecia e dopo il Portogallo, a distanza siderale dai “numeri” delle economie del nord Europa (Danimarca, Svezia e Olanda) dove sviluppo, innovazione, istruzione, cura del territorio e dell’aria e previdenza sono di diverso approccio in relazione alla (loro) spesa pubblica e agli investimenti fatti. 


Una “distanza” dai temi che toccano la quotidianità della gente, diventata negli anni la norma, è l’accusa che da più parti si leva puntando il dito verso la politica nazionale, l’attenzione è per così dire focalizzata su “altro” di cui l’agenda di governo è zeppa ed è amplificata dai media: reddito di cittadinanza, riduzione dei deputati e senatori, stretta sulle slot, legalità e sicurezza del codice della strada, grandi opere come la TAV e flat tax, vaccini ed il “tema immigrazione” con tutto ciò che ne deriva, comprese le intese sulle moschee ed il contrasto agli sbarchi. Scenari questi certamente d’importanza nazionale ma che finora non hanno ancora invertito i trend che in definitiva interessano di più i contribuenti, ovvero quello riguardante la tassazione asfissiante e quello legato alla riduzione delle spese degli organi statali. 
Lontane anni luce ed abbandonate al loro (e nostro) destino le vere priorità che invece guarda caso riguardano i tre cardini di tutte le società civili (degli altri), ossia quelle inerenti giustizia, sanità e istruzione, le cui problematiche sono da sempre disattese dai nostri governanti tanto di centrodestra quanto di centrosinistra, sempre impegnati in perenni campagne elettorali e troppo interessati a dibattere di fantapolitica (e dintorni), due delle loro infinite colpevoli distrazioni che nei decenni hanno fatto danni a ripetizione, anzitutto non creando una ricchezza comune e condivisibile e in secondo luogo disaffezionando l’elettorato giovanile al diritto/dovere del voto creando astensione in doppia cifra, due guai peraltro facilmente prevedibili e negli anni doverosamente rimediabili. 


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